Essere O.S.S.: Coloro che non possiamo più guarire. I malati terminali.

24/04/2017 di Valentina Chini. Supervisione di Simona Dalloca

A Giulio, che piano piano si è aperto risvegliando la mia capacità di sentirmi utile ed importante. Grazie!

COLORO CHE NON POSSIAMO PIU’ GUARIRE, SI POSSONO ANCORA AIUTARE, ACCOMPAGNARE E FAR SI CHE GIUNGANO IN FONDO ALLA STRADA SENZA ESSERE SCHIACCIATI DALLE LORO SOFFERENZE E SENZA NULLA PERDERE DELLA LORO DIGNITA’. Amiel JL 1981

Dal distacco professionale all’empatia matura

Dal monologo tratto dal film Patch Adams del 1998, diretto da Tom Shadyac, con le dovute traslazioni in ambito socio-sanitario, riporto questo estratto che spiega e motiva le mie scelte verso una figura professionale, l’Operatore Socio Sanitario, che più che distaccata sia empatica.

“Un medico non è qualcuno che aiuta qualcun altro? Quand’è che il temine medico ha preso un accezione reverenziale?…ha che punto della storia un medico è diventato più di un dotto amico che curava e visitava gli infermi?…cos’ha la morte che non va, di cosa abbiamo così mortalmente paura? Perché non trattare la morte con un po’ di umanità e dignità e decenza e Dio non voglia perfino di umorismo. Signori il vero nemico non è la morte, vogliamo combattere le malattie? Combattiamo la più terribile di tutte, l’indifferenza. Nelle vostre aule ho assistito a delle disquisizioni sul transfert e la distanza professionale, il transfert è inevitabile signori, ogni essere umano ha un impatto su un altro essere umano, perché vogliamo evitarlo in un rapporto paziente medico? È sbagliato quello che insegnate nelle vostre lezioni, la missione di un medico non deve essere solo prevenire la morte, ma migliorare la qualità della vita, ecco perché se si cura una malattia si vince o si perde, se si cura una persona vi garantisco che in quel caso si vince qualunque sia l’esito della terapia”

Il che non vuol dire essere totalmente assorbiti dal malessere del paziente tanto da non percepire più i confini tra il sé e l’altro ma sviluppare una “visione lucida” che permetta all’operatore di sentire l’altro, sentire se stesso, e progettare una strategia di intervento che riesca a migliorare la qualità della vita del paziente, altro da sé, con cui si entra in contatto.

Per far questo è necessario superara la paura del perdersi ed andare oltre a quel DISTACCO PROFESSIONALE, che vede la relazione come un Io-esso che implica trattare le cose solo come oggetti, rispetto ai quali io agisco come soggetto, ma non come persona. Un esso è contemplato in modo neutrale, da spettatore, non si parla direttamente a lui, è cosi si preserva il cuore dall’essere “condannato a fermarsi un milione di volte e più, tante volte quanti sono i pazienti che nell’arco d’una carriera possono varcare la soglia dello studio o dell’ospedale”[1]

Dunque la soluzione è imparare ad essere empatici di quell’ Empatia Matura, che  significa non solo sentire dentro di sé le emozioni di un’altra persona, ma anche averne una profonda comprensione, senza appunto perdersi nell’identificazione con l’altro.


[1]  Alba Rosa GesuGiulio (dott.ssa in Scienze filosofiche)

L’intelligenza emotiva

Diventa quindi importante per un OSS formasi e formare la sua Intelligenza Emotiva.  Secondo Goleman quando si parla di  l’intelligenza emotiva ci si riferisce alla capacità di: tenere a freno un impulso, avere consapevolezza delle proprie emozioni leggere i sentimenti intimi altrui, gestire senza scosse la relazione con gli altri.

INTELLIGENZA EMOTIVA (Goleman)

  1. conoscenza delle proprie emozioni
  2. controllo delle emozioni
  3. motivazione di se stessi
  4. riconoscimento delle emozioni altrui
  5. gestione delle relazioni

Imparare “l’alfabeto delle emozioni è un processo simile a quello in cui si impara a leggere, poiché comporta la promozione della capacità di leggere e comprendere le proprie ed altrui emozioni e l’utilizzo di tali abilità per comprendere meglio se stessi e gli altri”[1].

Dunque bisogna sviluppare, secondo Goleman, due classi di competenze:

  1. COMPETENZA PERSONALE:  consapevolezza di sé, comporta la conoscenza dei propri stati interiori; padronanza di sé, comporta la capacità di dominare i propri stati interiori; motivazione, comporta tendenze emotive che guidano o facilitano il raggiungimento di obiettivi
  1. COMPETENZA SOCIALE: empatia, comporta la consapevolezza dei sentimenti, delle esigenze e degli interessi altrui e di leggere anche i messaggi veicolati dai canali di comunicazione non verbale: il tono di voce, i gesti, l’espressione del volto…[2]abilità sociali, comportano abilità nell’indurre risposte desiderabili negli altri.

[1] Kindlon e Thompson, 2000, Intelligenza Emotiva per un bambino che diventerà uomo.

[2] Dal corso: Empatia MaturaImmagine01

Il mio tirocinio

L’esperienza fatta durante il mio tirocinio, ha apportato dei cambiamenti sia nella mia vita, che alla mia persona, mi ha permesso di riscoprire delle parti di me che erano rimaste latenti, inespresse, nella mia parte più profonda: umiltà, spiccata sensibilità, comprensione ed empatia.

Grazie al percorso di Intelligenza emotiva e Comunicazione Assertiva ho potuto intraprendere un cammino metacognitivo[1] verso me stessa tale da poter interiorizzare quelle competenze sia personali che sociali di cui appunto parla Goleman e che sono parte integrante del Corso per operatore Socio-Sanitario. Alcune di queste erano competenze inconsce del mio modo di essere e si erano già manifestate nel lavoro che svolgevo precedentemente come commessa, dove infatti le mie relazioni personali con i clienti erano ottime tanto che ancora oggi, quando mi incontrano, si ricordano di me e dell’impronta che ho lasciato con affetto.

Durante il mio tirocinio, il contatto diretto con la sofferenza altrui, con la fragilità umana, con l’immanenza della morte, e il sentirmi utile verso chi ha dei bisogni primari così viscerali, intimi e primordiali, che solo attraverso di me potevano essere soddisfatti, ha portato alla mia coscienza quelle competenze che prima erano solo inconsce e spontanee anche perché, quando avevo vent’anni e facevo la commessa, non c’era ancora nel settore vendita al dettaglio nessuna esigenza di formare il personale addetto.

Il percorso formativo di Intelligenza emotiva e Comunicazione Assertiva e il corso di OSS, che è proceduto di pari passo con l’esperienziale, mi hanno finalmente permesso di nominare queste competenze con il loro nome dandomi  l’opportunità di riscoprire me stessa e di rivalutarmi.
Sono rimasta positivamente colpita di come sono riuscita ad entrare quasi subito in empatia coi pazienti adottando delle  tecniche comunicative che solo nel corso dei miei studi ho poi compreso essere tali. Ho capito quale impatto efficace queste abbiano avuto  sui pazienti e su me stessa.

Mi sono integrata da subito nell’èquipe, mettendo in atto quelle competenze relazionali che mi hanno permesso di collaborare con loro in base alle esigenze dei pazienti e a quelle organizzative della struttura e del reparto nel quale operavo.


[1] METACOGNIZIONE: per quelli che hanno contribuito a diffondere l’ uso di questo termine (ad es. Flavell, 1976 ), esso designa la conoscenza che un soggetto ha del proprio funzionamento cognitivo e di quello altrui, la maniera in cui può prenderne coscienza e renderne conto.

Giulio

L’esperienza più significativa per me è stata con un paziente terminale oncologico, Giulio.

Il giorno che è entrato in reparto era disorientato e schivo, la sua comunicazione non verbale era espressa efficacemente dall’“ingrugnata”del suo viso.

I primi giorni, nei primi approcci con lui, durante il consueto giro per servire la colazione e fornire assistenza per l’igiene personale, Giulio era molto silenzioso, chiuso in se stesso e nella più totale riservatezza.

Ma i suoi occhi esprimevano ben altro..
In questo particolare reparto il tempo sembra “fermarsi”.

I pazienti da gestire sono pochi e c’è il tempo e lo spazio da dedicare loro.

Ho letto negli occhi di Giulio e fra noi è realmente accaduto qualcosa…

Ogni volta che mi recavo nella sua stanza, con discrezione, pian piano, cercavo di instaurare una comunicazione con lui, lo incoraggiavo come meglio potevo ad aprire un dialogo, poi mi sono accorta che utilizzavo l’ascolto attivo[1], pensavo di non fare niente e invece stavo “solo” ascoltando, e chi lo dice che ascoltare non sia abbastanza?

Via via si è creato un rapporto di fiducia, ha iniziato ad aprirsi, mi accorgevo che cominciava a sentirsi sempre di più a suo agio, mi ringraziava tutte le volte anche nei gesti facendomi delle leggere carezze e in esse io leggevo tutta la sua dolcezza e sensibilità d’animo.

I giorni che ancora riusciva a mangiare da solo lo lasciavo fare fino a quando è arrivato il momento di aiutarlo anche a mangiare, da quel momento ha cominciato ad arrendersi e rifiutava di nutrirsi.

Ho cercato di attuare una strategia di persuasione per poterlo aiutare. Notavo che se gli chiedevo “quanto ne vuoi di questo (passato di verdure) e “quanto ne vuoi di quest’altro” (il purè) lui piano piano si finiva tutto. [2]

Con questa modalità abbiamo raggiunto entrambi l’obiettivo ossia, lui si è sentito gratificato perché aveva potuto scegliere quanto mangiare, non  si è sentito costretto ed io avevo raggiunto il mio obiettivo quello che lui si alimentasse in un ottica di comunicazione WIN-WIN ben riassunta nell’ OK Corral dell’Analisi transazionale, che nel quadrato in alto a destra[3],  rappresenta l’area nella quale ogni problema non è un motivo di disagio ma l’opportunità per il miglioramento.

La tecnica di persuasione suggerita da Erickson è dunque inserita in quello che definiamo un obiettivo Ecologico[4], che nella relazione valorizza il tempo a disposizione col paziente per entrare sempre più in contatto con lui, anche se già purtroppo con la consapevolezza che sarà un breve seppur inteso periodo,  il cui scopo è di cercare di migliorare la qualità di vita residua.

AldoAltro episodio intenso è stato quando ho saputo che sua moglie era ricoverata in un’altro reparto. Giulio si sentiva solo, non avendo figli, allora ho pensato potesse fargli piacere andare a trovare la moglie, ricoverata in un altro reparto dello stesso ospedale. Non volendo fare lettura del pensiero, mi sono messa in ascolto attivo e gli ho domandato senza aspettative e giudizi di sorta se gli facesse piacere farle una visita, lui ha subito risposto di si, voleva rivedere Francesca, a lui tanto cara. Si è sentito libero di esprimere i sui sentimenti più profondi nella certezza che nessuno lo giudicasse, quello è stato il loro ultimo incontro, Giulio non è più voluto tornare da Francesca e la foto è testimonianza del loro affetto e del loro ultimo saluto.

Altri episodi rilevanti ed efficaci rispetto all’uso della tecnica del Problem Solving[5], cioè di porre domande, nel tentavo di tenere legato Giulio alle sensazioni del momento presente, da cui invece spesso si estraniava imboccando pensieri di morte che adombravano il suo volto, si sono esteriorizzati durante le  nostre passeggiate in giardino.

Il nostro rapporto empatico e di fiducia mi ha permesso di portare Giulio in giardino, cosa che rifiutava da altri operatori, e che ho fatto finché è stato possibile.  Tutte le mattine prima del vitto facevamo le nostre uscite con la sua sedia a rotelle. Lui era felicissimo di trascorrere un po’di tempo all’aria aperta, di godersi il sole, e di confidarsi con me, ogni tanto però si assentava, lo vedevo assorto nei suoi pensieri, e calava la tristezza sul viso, allora gli domandavo i nomi degli uccelli che cinguettavano e ci svolazzavano intorno, dei bei fiori che ci circondavano, delle piante, sono nata in campagna e nulla di ciò che chiedevo mi era ignoto, tutti espedienti per tenerlo qui ancora un po’ e migliorare la qualità della sua vita almeno finché poteva spiegarmi la differenza che c’era tra un uccello col becco arancione e un altro col becco marrone: “uno è maschio e l’altro è femmina,  da giovane andavo a caccia con i miei amici, li conosco i celletti sa?”

Questo rapporto di scambio, di comunicazione, di empatia e di ascolto attivo, ha permesso ad Giulio di esprimere le sue emozioni, i suoi interessi e i suoi bisogni, lo ha indotto a rispondere alle domande che gli ponevo sentendosi a suo agio e permettendogli di vivere il presente che ancora gli era concesso.

Io ho raggiunto il mio obiettivo come operatore socio-sanitario e come persona, quello di contribuire al miglioramento della qualità della sua vita.

Pur avendo io stessa la consapevolezza che non gli rimaneva molto ancora da vivere, ho potuto “CURARE” la persona e non la malattia, mi sono sentita suo sostegno fino alla fine dei suoi giorni, e come dice il personaggio Patch Adams nel film:“HO VINTO!”


[1]  Dal corso: Comunicazione Intra e Inter personale

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[2] Dal corso: Grammatica Trasformazionale e Programmazione Neuro Linguistica

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[3] Dal corso: A Scuola con CU.O.RE.

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[4] Dal corso: Grammatica Trasformazionale e Programmazione Neuro LinguisticaImmagine05

[5] Dalla corso: Teorie e Tecniche di educazione razionale emotiva

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