Il counselor chi è?

“Io sono io. Tu sei tu. Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative. Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative. Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa. Se ci incontreremo sarà bellissimo; altrimenti non ci sarà stato niente da fare.” F. Perls

14/03/2017 di Federica Salvatore

il counselor chi è

Il counselor è disciplinato dalla legge 4/2013 per le professioni non regolamentate.

Ha conseguito una formazione triennale presso una scuola accreditata, in linea con i principi delle più importanti associazioni internazionali e italiane di categoria. La serietà del titolo, deve essere garantita almeno dal suo riconoscimento da una di queste ultime.

Il counselor è dunque un operatore qualificato che agisce sulla comprensione unitaria dell’individuo, la gestione e la composizione di conflitti e il superamento di fasi difficili sempre considerando il sistema sociale, relazionale e quindi individuale.

Come figura professionale si interessa di aree che riguardano il benessere, sostegno, orientamento e sviluppo delle potenzialità del suo cliente definendo insieme a lui le strategie più idonee per far fronte a situazioni di disagio; nell’individuare i bisogni della persona funge da supporto e, dopo aver focalizzato nel “qui ed ora” tali bisogni, lo aiuta nella ridefinizione degli obbiettivi fino al raggiungimento di questi.

Le qualità umane sono i presupposti per diventare un counselor ancor prima della preparazione professionale: di fronte al cliente sarà una persona attenta, accogliente, non giudicante, aperta e nell’amore e consapevolezza di se stesso.

Una adeguata preparazione professionale prevede che il counselor agisca su tre direttrici: sapere, saper fare, saper essere.

In particolare questa ultima condizione, ritengo, sia in linea con la struttura madre formulata da Rogers, come condizione “sine qua non “atta al percorso formativo di un counselor: la conoscenza di sé stessi ed il lavoro di percorso personale.

Infatti al fine di poter operare con il cliente in regime di professionalità si richiede a monte un grande impegno nel percorso personale con la relativa risoluzione di eventuali irrisolti, in modo da non danneggiare se stessi ma soprattutto il cliente; per questo le vigenti normative prevedono che il counselor durante lo svolgimento della sua professione svolga ore di aggiornamento e di supervisione.

Colloquio

Affinchè una relazione di aiuto sia efficace, Rogers ha suggerito tre qualità di base: Empatia, accettazione incondizionata e genuinità. Esistono principi e modalità strutturate per un colloquio counselor/cliente che, all’inizio della loro relazione, definiti i ruoli, creino un rapporto di fiducia

Il colloquio e la sua conduzione dipendono da variabili quali la formazione, l’esperienza e lo stile personale del counselor. E’ necessario evitare altresì elementi ostacolanti come giudizio, la distrazione, un ascolto non attivo, non prestare attenzione al contenuto ed alle modalità che il cliente usa per trasmettere le informazioni.

E’ importante, con il giusto equilibrio, porre domande strutturate per iniziare e procedere nel discorso aiutando nell’auto esplorazione; si utilizzeranno domande aperte per dare modo al cliente di avere più risposte, arricchire il racconto e dare elementi conoscitivi al counselor.

Il counselor concorda l’obiettivo su cui lavorare insieme al cliente e da inizio al percorso; se la richiesta del cliente è adatta a ciò che il counselor può offrire, altrimenti, suggerirà al cliente un altro professionista o un servizio del territorio che può rispondere alle sue necessità, orientando la persona e dando tutte le informazioni necessarie.

Per la conduzione del colloquio:

  • Accoglienza
  • Identificazione della tematica specifica del racconto del cliente
  • Chiarificazione
  • Esplorazione
  • Chiusura

Le tecniche rogersiane :

  • Riformulazione: il senso di quanto è stato detto viene esposto al cliente al fine di comprendere che è stato capito ed avere il modo di poter riflettere su ciò che ha esposto ed eventualmente correggere, confermare o modificare il suo racconto;
  • Parafrasi: si riprendono in termini differenti i contenuti esposti;
  • Delucidazione: evidenzia sentimenti ed atteggiamenti inespressi dal cliente ma colti dal counselor durante la narrazione; permette al cliente di aprire la sua mappa mentale;
  • Riassunto: si rimandano i punti salienti al cliente selezionando e riassumendo i più utili ed appropriati;
  • Eco: si ripete l’ultima parafrasi rimarcandone il senso.

Altra tecnica, non meno importante e il feedback fenomenologico in cui il counselor esprime stati d’animo che ha colto riportandoli però a sé stesso (mentre parlavi …. Ho visto …..  ho sentito che)  al fine di non costringere il cliente a dire un qualcosa che ancora non ha avuto tempo di elaborare. La restituzione di un feedback provoca sempre una risposta, anche se sarebbe più opportuno indicare al cliente di ascoltare e respirare il suo vissuto emotivo senza necessariamente argomentarsi.

E’ necessario inoltre non cadere nel trabocchetto del V.I.S.S.I.:

  • Valutare e giudicare: trasmette al cliente senso di inadeguatezza e può generare rabbia;
  • Interpretare: l’interpretazione porta alla conseguenza della mera generalizzazione; è un errore comune dovuto al costume sociale ma nell’altro genera indifferenza alla relazione e conseguentemente al colloquio anche se l’interpretazione risultasse esatta;
  • Soluzionare: solitamente questa modalità rimanda la sensazione di essere interpretati e liquidati in maniera frettolosa senza essere stati stati accolti soprattutto nei propri vissuti emotivi, conseguentemente il cliente non troverà le sue soluzioni;
  • Sostenere: esagerare nel sostegno  potrebbe ritornare al cliente come senso di inadeguatezza e/o creare un rapporto di dipendenza e passività relazionale;
  • Indagare: genera solitamente ostilità e chiusura perché trasmette la sensazione di essere sotto interrogatorio. E’ opportuno, come sopraddetto, lasciare le domande aperte e tempistica adeguata di riflessione ed adeguamento.